di Sara Carbonara
5000 battute in 40 secondi. È il risultato ottenuto utilizzando l’intelligenza artificiale (IA) per rispondere alla domanda: “qual è l’impatto dell’IA nella comunicazione?”. 120 minuti è, invece, il tempo impiegato per la scrittura di questo articolo utilizzando il cervello umano. Il primo impatto è lampante ed è sconvolgente: l’efficienza. Quindi, perché continuare a scrivere di proprio pugno? Per il piacere di sprecare del tempo? Faccia tutto l’IA! Meno risorse, più risultati. Nell’ottica di un imprenditore, che mira a produrre con il minimo dei mezzi, la risposta a questa domanda potrebbe essere scontata. Ma qual è la visione dei media e dei giornalisti?
La veridicità delle informazioni
L’aspetto estremamente potente dell’intelligenza artificiale è l’elaborazione di una grande quantità di dati alla velocità della luce. Questa è un’opportunità che può essere ben sfruttata dal giornalista e dai media, per esempio nella lettura e nella rielaborazione delle fonti. Così, con il semplice comando “leggi questo testo e fammene una sintesi”, si avranno pronti in meno di un minuto i punti salienti di un testo e l’autore si potrà concentrare sulla scrittura del pezzo. In questo esempio, la scelta delle fonti è affidata al giornalista e all’IA spetta soltanto il compito di elaborare e sintetizzare. La ricerca delle informazioni è infatti un aspetto delicato, perché il pericolo di incontrare fake news è sempre dietro l’angolo. La veridicità e l’affidabilità delle informazioni sono aspetti fondamentali del giornalismo e devono essere preservate. Nel caso in cui si debba trattare un tema per il quale la ricerca del materiale richieda molto tempo, mentre sia ridotto quello a disposizione, l’IA può agevolare nel reperire le fonti, purché ne sia accertata l’origine. Al giornalista, in questo caso, spetterebbe la verifica e non la ricerca. Un’altra opportunità nell’utilizzo dell’IA è nella produzione immediata di contenuti, come per esempio le notizie di cronaca, in cui è richiesta velocità nella trasmissione dell’informazione. Una volta che il giornalista abbia verificato la fonte, una prima bozza dell’articolo può essere generata dal software, per poi essere revisionata e “raffinata”.
Le foto non sono più reali
Esistono software basati sull’IA che permettono di modificare le foto vere (per questo c’erano già i programmi di post-produzione) e altri che creano una foto sulla base di una descrizione, come per esempio “genera una foto di Zverev con in mano il trofeo dell’Australian Open”. Se qualcuno non avesse seguito la finale dello scorso 26 gennaio e avesse visto l’immagine del tennista su internet, avrebbe ricevuto una notizia sbagliata. Se in passato una foto era una riproduzione della realtà e una prova della veridicità dei fatti, adesso, con l’avvento della tecnica di generazione delle immagini basate sull’IA (e il cosiddetto deepfake), non se ne può essere più sicuri. Ciò costituisce un alto rischio per la diffusione di notizie false con estrema rapidità, soprattutto sui social, dove l’immagine è la forma di comunicazione più immediata. Fortunatamente i programmi per la creazione dei deepfake devono essere ancora di gran lunga perfezionati e un occhio attento e allenato può riconoscere quando si tratta di un’immagine non reale. Ma è solo questione di tempo. E un’immagine artificiale non deve essere necessariamente prodotta con il fine di ingannare. Può essere un valido aiuto per i media poter creare immagini sulla base di un contenuto vero, quando la fotografia reale non è disponibile. Oppure generare facilmente una grafica per un post social, se non si ha a disposizione un professionista del settore.
Dove il fattore umano è insostituibile
Nel caso delle interviste, ci sono software di IA a cui si può dare in input la registrazione audio per ottenerne la trascrizione. È un compito meccanico in cui il valore aggiunto che darebbe una persona sarebbe teoricamente trascurabile, quindi tranquillamente delegabile. Ma l’intervista, intesa come situazione di relazione tra due persone, non può essere affidata ad un avatar. Cosa ne sarebbe del feeling che si instaura con l’intervistato e di tutta la comunicazione non verbale? Si perderebbe quella parte dell’informazione relativa allo stato d’animo e alle emozioni. Quindi le interviste lasciamole ai giornalisti.
Chi diventa il proprietario del diritto d’autore?
I contenuti creati tramite l’ausilio dell’IA stanno mettendo in discussione la titolarità del diritto d’autore. In Italia, la normativa di riferimento è la Legge n. 633 del 22 aprile 1941, la quale lo attribuisce a una persona fisica che abbia creato un’opera originale di carattere letterario, artistico e scientifico. La legge nasce in un’epoca in cui l’autore, colui il quale avesse dato forma a un qualcosa di nuovo, grazie alle proprie doti intellettuali e di creatività, non poteva che essere un soggetto umano. Pertanto, le opere artistiche e letterarie prodotte dall’IA si trovano in una zona non definita e necessitano di una nuova regolamentazione. Un altro aspetto riguarda l’utilizzo dei dati protetti dal diritto d’autore per l’apprendimento dell’AI. Il DDL Butti rappresenta un primo passo nella riforma normativa ed estende la protezione anche alle opere generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, a condizione che vi sia un contributo umano creativo, rilevante e dimostrabile (anche se non specifica come misurare questi fattori). Per quanto riguarda i dati di input per l’addestramento dell’IA, i titolari dei diritti d’autore potranno impedire l’uso delle loro opere, adottando modalità che le rendano inaccessibili ai sistemi di IA. È una tematica complessa e resta ancora aperto il dibattito tra gli esperti del settore per arrivare ad avere una corretta regolamentazione.
La redazione del futuro
L’intelligenza artificiale può essere d’ausilio per il giornalista nella creazione di contenuti, per la grande velocità nell’elaborazione dei dati e l’esecuzione di attività meccaniche, che possono efficientare il lavoro. Non si può escludere del tutto l’apporto umano nella produzione, perché l’utilizzo dell’IA espone a diversi rischi: non veridicità delle fonti utilizzate, immagini fake, perdita parziale del diritto d’autore. È dunque impensabile immaginare una redazione del futuro completamente costituita da “giornalisti artificiali”. Si può immaginare piuttosto un ambiente di lavoro popolato da persone che, con il proprio intelletto e la propria inventiva, guidano e dirigono le attività eseguite dall’intelligenza artificiale.
Resta ancora un dubbio: questo articolo sarà stato scritto in secondi o in ore?




